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Dalla Regione Toscana un osservatorio contro il caro energia: quale ruolo per la geotermia?

Monni: «Vogliamo capire cosa potrà cambiare variando l’attuale ricetta energetica attuale»

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Monni: «Vogliamo capire cosa potrà cambiare variando l’attuale ricetta energetica attuale»


In Italia per una famiglia-tipo nel mercato tutelato, ovvero quello dove le tariffe di luce e gas sono regolate dall’Arera, il primo trimestre 2022 porterà un nuovo aumento del +55% per la bolletta dell’elettricità e del +41,8% per quella del gas.

Si tratta di un trend che prosegue ormai da tempo seguendo i prezzi in forte rialzo del gas naturale, e che colpisce in particolare le industrie energivore, anche in Toscana.

Per capire come muoversi la Giunta della Regione Toscana ha annunciato l’intenzione di avviare un osservatorio per monitorare il caro energia, mettendo così insieme dati utili a disegnare politiche dedicate sia per le famiglie sia per le imprese.

«L’aumento del costo dell’energia sta diventando un problema sempre più grande per le imprese toscane. Siamo in costante dialogo con i settori più esposti, ma la situazione rischia di mettere in ginocchio il sistema economico nel suo complesso – commenta l’assessore allo Sviluppo Economico, Leonardo Marras – Dobbiamo anzitutto avere dati chiari e certi su chi consuma cosa e quanto. E lo faremo, già dai prossimi mesi, grazie all’aiuto di IRPET».

Senza dimenticare che la soluzione al problema del caro energia può andare solo in una direzione, quella della necessaria transizione ecologica e (dunque) energetica.

«Vogliamo capire cosa potrà cambiare variando l’attuale ricetta energetica attuale, in questo modo potremo simulare gli scenari connessi alle ricadute della transizione energetica: un aiuto nella programmazione futura», conclude l’assessora all’Ambiente Monia Monni.

In questo contesto, per la Toscana in particolare la geotermia può rivestire un ruolo fondamentale.

Già oggi questa fonte rinnovabile autoctona è in grado di coprire il 34% dei consumi regionali di elettricità, pari al 70% di tutta l’elettricità da fonti rinnovabili prodotta in Toscana: le 34 centrali geotermoelettriche gestite da Enel producono circa 5,7 TWh l’anno, quanto basta ad evitare il consumo di 1,1 MTep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) e l’emissione in atmosfera di 3 Mt di CO2eq.

Alla partita dell’elettricità si aggiunge quella del calore, con 9 Comuni geotermici serviti dal teleriscaldamento – si tratta di circa 13mila utenti, comprese varie realtà industriali – e una produzione di calore pari a circa 454 GWh, in grado di evitare l’emissione di altre 121mila tonnellate di CO2eq.

La geotermia rappresenta dunque una realtà centrale non solo per l’ambiente, ma anche per l’economia toscana, considerato che le rinnovabili rappresentano l’unica alternativa a disposizione per allentare la dipendenza strutturale dell’Italia dal gas naturale (importato per circa il 95%).

«Con l’attuale mix di generazione – che in Italia vede le rinnovabili a quota 40% sul totale di generazione elettrica – la bolletta elettrica sarà di circa 75 miliardi di euro nel 2021, un aumento del +70 % rispetto al 2019, pre-Covid, pari a 44 miliardi di euro. ​Se oggi avessimo già raggiunto il mix di generazione elettrica previsto dal target Green Deal al 2030 – ovvero il 72% di rinnovabili nel mix elettrico – la bolletta avrebbe un costo di 45 miliardi di euro. E l’Italia risparmierebbe 31 miliardi di euro ogni anno», spiega nel merito Agostino Re Rebaudengo, presidente della principale associazione confindustriale attiva nel comparto elettrico, ovvero Elettricità Futura.

Sotto questo profilo, la geotermia toscana – se messa in condizione di proseguire il suo percorso di sviluppo da una politica industriale coerente – ha ancora molto da offrire: «Le risorse geotermiche profonde presenti nel sottosuolo della nostra regione nell’area vulcanica amiatina e nell’area di Larderello sono talmente estese da consentire il raddoppio della produzione geotermoelettrica toscana al 2050, consentendo di coprire il 60% del fabbisogno stimato per quell’epoca senza sostanziali impatti ambientali», ha recentemente dichiarato nel merito Alessandro Sbrana dell’Università di Pisa.