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Geotermia e salute sull’Amiata, lo studio InVetta spiegato da chi l’ha condotto

Voller (ARS Toscana): «Non sono emerse criticità sulla salute respiratoria né associazioni con gli altri problemi indagati, quali tumori, malattie cardiovascolari, diabete, malattie renali, etc. La percezione del rischio e più in generale la comunicazione sono aspetti fondamentali»

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Voller (ARS Toscana): «Non sono emerse criticità sulla salute respiratoria né associazioni con gli altri problemi indagati, quali tumori, malattie cardiovascolari, diabete, malattie renali, etc. La percezione del rischio e più in generale la comunicazione sono aspetti fondamentali»


I risultati dello studio epidemiologico InVetta, chiamato a chiarire i legami tra salute e coltivazione della geotermia sull’Amiata, sono stati illustrati nei giorni scorsi in un webinar pubblico organizzato dall’Agenzia Regionale di Sanità (ARS) della Toscana.

Per fare il punto sulle conclusioni dello studio, sulle criticità ancora aperte e sui nuovi strumenti messi in campo per farvi fronte, abbiamo contattato direttamente Fabio Voller, coordinatore dell’Osservatorio di epidemiologia dell’ARS Toscana.

Presentando i risultati dell’indagine InVetta sull’Amiata, l’assessora regionale all’Ambiente ha affermato che «non vi sono impatti significativi sulla salute derivanti dall’attività geotermoelettrica». Si tratta di una sintesi efficace?

«Sì, l’obiettivo primario di InVetta era indagare in maniera approfondita i possibili effetti sulla salute respiratoria dell’esposizione alle emissioni geotermiche. Gli studi precedenti, sia lo studio ecologico che lo studio di coorte, entrambi basati sull’utilizzo dei dati esistenti su mortalità e ricoveri ospedalieri, avevano evidenziato delle criticità. Per questo motivo nella pianificazione di InVetta è stata prevista l’esecuzione di oltre 2000 spirometrie ed un questionario approfondito su sintomi e malattie respiratorie, oltre che su fattori di rischio individuali ed occupazionali, proprio con l’obiettivo di approfondire con dati ad hoc e puntuali gli effetti delle emissioni sulla salute respiratoria.

I risultati sono stati molto coerenti e non hanno mostrato alcuna criticità, anzi sono emersi dei segnali di un miglioramento della funzionalità respiratoria all’aumentare dell’esposizione ad acido solfidrico ed altri inquinanti emessi dalle centrali. Così come non sono emerse associazioni con gli altri problemi di salute indagati, quali tumori, malattie cardiovascolari, diabete, malattie renali etc».

Sono emersi invece come problematici i dati legati alla diffusa presenza sull’Amiata di metalli dannosi per la salute come arsenico e tallio. Se la loro presenza non è legata all’attività geotermoelettrica, da quali altri fattori può dipendere?

«La presenza diffusa dei metalli nelle varie matrici ambientali nella zona dell’Amiata è un fatto noto da tempo. La natura geologica e vulcanica del territorio è sicuramente uno dei fattori che contribuisce a questo generalizzato aumento dei livelli dei metalli, rispetto a zone con caratteristiche geologiche diverse. D’altra parte anche le attività antropiche hanno sicuramente contribuito a rendere il contesto amiatino ancora più complesso per una valutazione globale dell’esposizione ai metalli.

Per quanto riguarda il mercurio ancora oggi, a 40 anni dalla dismissione delle miniere, restano i segni dell’intensità attività estrattiva, negli scarti di lavorazione, i cosiddetti “rosticci”, abbandonati nella zona delle miniere, nei suoli e nei sedimenti fluviali, come nel caso del bacino Paglia-Tevere.

Il tallio rappresenta una “novità” per il territorio amiatino semplicemente perché prima di InVetta non era mai stato misurato nei campioni biologici umani, ma si può dire che, come nel caso dell’arsenico, la principale via di esposizione è quella di tipo alimentare, legata al consumo di acqua e di prodotti locali.

Anche alcune abitudini e caratteristiche individuali contribuiscono all’aumento dei livelli di metalli che si misurano nelle matrici biologiche, quali l’abitudine al fumo, il consumo di alcuni prodotti (riso, pesce), l’esposizione lavorativa, il fatto di possedere protesi o otturazioni dentali, etc».

Dopo la presentazione dello studio, l’Acquedotto del Fiora ha condiviso coi sindaci del territorio i dati aggiornati sulla qualità dell’acqua potabile affermando che «i valori sono tutti nella norma e sotto stretto controllo», con nessuna deroga per l’arsenico e tallio pressoché assente. Le criticità rilevate da InVetta nel merito riguardano dunque anni passati e/o acque non potabili?

«Dopo l’abbassamento nel 2001 del limite dell’arsenico per le acque potabili da 50 a 10 µg/l, numerosi comuni italiani, tra cui quelli amiatini, per diversi anni hanno fatto ricorso a deroghe a questo nuovo limite normativo. In Toscana grazie a ingenti investimenti sul sistema di distribuzione delle acque potabili, dal 2010 tutti i comuni dell’Amiata sono rientrati nel limite dei 10 µg/l, per cui oggi la qualità delle acque potabili è assolutamente nella norma.

Nello studio epidemiologico di ARS l’indicatore utilizzato è invece rappresentativo di quella che è stata l’esposizione pregressa ai livelli di arsenico misurati in passato nelle acque potabili. E non potrebbe essere diversamente, in quanto da un punto di vista epidemiologico è fondamentale tenere conto della latenza delle malattie. Se, ad esempio l’obiettivo è valutare l’associazione con l’insorgenza di tumori, non è metodologicamente corretto considerare l’esposizione attuale ma è necessario ricostruire l’esposizione pregressa, dato che nel caso dei tumori, ma anche per altre malattie croniche, tra l’inizio dell’esposizione e la comparsa della malattia possono trascorrere anche decenni.

Ed è quello che è stato fatto negli studi di ARS, quindi le associazioni riscontrate con numerose malattie (oltre ai tumori anche malattie cardiovascolari, respiratorie, metaboliche) si riferiscono all’esposizione passata, non a quella attuale».

Posto che nessuna attività umana è a impatto zero, i rischi legati all’attività geotermoelettrica sembrano pienamente compatibili con la tutela di ambiente e salute, ma la percezione del rischio sul territorio – indagata anche da InVetta – restituisce risultati più sfaccettati: come migliorare l’informazione ambientale per ridurre la distanza tra rischi effettivi e percepiti?

«Le questioni riguardanti la percezione del rischio e più in generale la comunicazione del rischio sono aspetti fondamentali dell’attività di ricerca epidemiologica. Gli oltre due anni di pandemia hanno palesato in maniera anche drammatica l’importanza degli aspetti comunicativi nella gestione delle questioni che riguardano la salute. Il contesto di profonda crisi tra scienza e società e di diffusa sfiducia nei confronti delle istituzioni rende la gestione delle problematiche ambiente-salute particolarmente complessa, anche alla luce dei numerosi portatori di interesse coinvolti, dell’urgenza delle decisioni e dell’incertezza che spesso caratterizza i fenomeni in studio.

A questo si aggiunge anche il fatto che spesso gli “esperti” mancano di una formazione specifica su questi aspetti, comunicano con le modalità proprie della divulgazione scientifica ed utilizzano un linguaggio tecnico tendenzialmente poco comprensibile dal pubblico generico.

La trasparenza, il coinvolgimento e la partecipazione di tutte le parti interessate al processo scientifico sono elementi irrinunciabili, la cui sottovalutazione porta inevitabilmente ad ulteriori inasprimenti delle relazioni scienza-politica-società e alla propagazione di disinformazione, fake news, etc».

Conclusa InVetta, l’Agenzia regionale di sanità coordina ora una nuova cabina di regia per approfondire ulteriormente i risultati raccolti e proseguire nella ricerca: quali sono adesso le nuove priorità d’indagine?

«Sulla base dei dati raccolti riteniamo che a questo punto la priorità di indagine si focalizzi sulla diffusione dei metalli, in particolare l’arsenico e il tallio. Se per il mercurio il confronto con le precedenti campagne di biomonitoraggio ha mostrato una significativa diminuzione dei livelli misurati nei campioni biologici dei cittadini, per l’arsenico, nonostante la riduzione delle concentrazioni nelle acque potabili avviata dal 2010 in poi, i livelli misurati nei campioni InVetta mostrano una sostanziale stabilità rispetto al passato.

Per questo l’idea è quella di andare ad approfondire il ruolo dell’esposizione alimentare legata all’utilizzo di acque superficiali per uso diretto o per irrigazione degli orti, al consumo dei prodotti locali che per bioaccumulo potrebbero contenere livelli di metalli non trascurabili. Per fare questo stiamo pianificando una estesa campagna di monitoraggio dei pozzi privati e di matrici vegetali prodotte localmente. Ovviamente proseguiremo la sorveglianza epidemiologica della popolazione amiatina utilizzando i dati di mortalità, ricoveri, uso di farmaci, parto e gravidanza».