Home Geotermia News Mercurio nel Paglia-Tevere, il contributo delle centrali geotermiche «è del tutto trascurabile»

Mercurio nel Paglia-Tevere, il contributo delle centrali geotermiche «è del tutto trascurabile»

Uno studio condotto lungo tutto il corso del Paglia, e del Tevere dall’affluenza del Paglia stesso all’invaso di Castel Giubileo, mostra le conseguenze della passata attività estrattiva e metallurgica nel distretto amiatino

2573
0
CONDIVIDI
Il fiume Paglia

Uno studio condotto lungo tutto il corso del Paglia, e del Tevere dall’affluenza del Paglia stesso all’invaso di Castel Giubileo, mostra le conseguenze della passata attività estrattiva e metallurgica nel distretto amiatino


Con oltre un secolo di attività alle spalle, le miniere di cinabro hanno estratto dalle viscere del Monte Amiata oltre 100mila tonnellate di mercurio – che fanno di quest’area il terzo giacimento a livello globale – e un’eredità che in termini d’inquinamento continua a pesare ancora oggi sul territorio, ma che rimane molto distante dall’attività delle moderne centrali geotermiche presenti sull’Amiata.

Per darne conto lo studio A 200 km-long mercury contamination of the Paglia and Tiber floodplain: monitoring results and implications for environmental management, pubblicato sulla prestigiosa rivista Environmental Pollution, ha unito gli sforzi di undici ricercatori – provenienti dalle Università di Firenze e Perugia, dal CNR nonché dalle ARPA di Toscana, Marche e Umbria – che hanno svolto a partire dal 2017 un’accurata indagine sulla diffusione del mercurio nei bacini del Paglia e del Tevere.

«L’indagine – spiega il co-autore Pierfranco Lattanzi, dell’Istituto di Geoscienze e Georisorse del CNR fiorentino – ha riguardato principalmente sedimenti e acque fluviali lungo tutto il corso del Paglia, e del Tevere dall’affluenza del Paglia stesso all’invaso di Castel Giubileo (circa 10 km a nord di Roma), per un’estensione complessiva di oltre 200 km».

Diversi campioni sono stati prelevati inoltre lungo transetti su entrambi i lati dei fiumi, da pesci presenti in loco (come barbi e cavedani) e da specie vegetali edibili coltivate nei pressi delle sponde.

Nel corso dello studio sono emersi contenuti “anomali” di mercurio (ossia superiori al limite di 1 mg/kg stabilito dalla legge per suoli residenziali e agricoli.) nei sedimenti fluviali e nei suoli lungo tutto il tratto investigato: «I valori massimi (fino a 1900 mg/kg) si osservano nei pressi delle ex-miniere del monte Amiata», e diminuiscono proseguendo verso sud.

«L’ampiezza della zona “anomala” (corridoio impattato) si estende a tutto l’alveo recente (post-1800) dei fiumi, e subisce peraltro una continua modificazione in conseguenza della dinamica fluviale, in particolare gli eventi di piena», precisa Lattanzi.

Le acque analizzate presentano invece «contenuti minimi di mercurio», come pure «i test preliminari del mercurio in aria indicano valori inferiori al limite guida di 200 ng/m3 raccomandato dall’agenzia USA ATSDR»; anche «i contenuti di Hg nelle verdure analizzate sono modesti, e non rappresentano, secondo la valutazione della ASL, un significativo rischio di esposizione per la popolazione». Al contrario, i pesci «manifestano spesso contenuti > 0.5 mg/kg, ritenuti potenzialmente pericolosi per la salute».

Soffermandosi sulle cause dell’inquinamento, lo studio conferma la precedente conclusione di M. Benvenuti e P. Costagliola (Geologia dell’ambiente 4/2016, 2-5), ovvero che il contributo di mercurio dalle attuali centrali geotermiche amiatine al bilancio del metallo nel sistema Paglia-Tevere «è del tutto trascurabile».

La sorgente del mercurio è da ricercarsi piuttosto «nella passata attività estrattiva e metallurgica del distretto amiatino; le opere di bonifica in atto ad Abbadia San Salvatore potranno sperabilmente minimizzare l’afflusso di nuovo materiale contaminato, ma non arrestare la ridistribuzione di quello che già si trova, presumibilmente da decenni, nel sistema fluviale».

Che fare dunque? Lattanzi afferma che «l’estensione del fenomeno rende impraticabile ogni ipotesi di bonifica totale, pertanto la strategia operativa deve essere quella di minimizzazione del rischio; a tal fine possono essere utili approfondimenti sulle forme chimiche (“speciazione”) del mercurio, e lo sviluppo di nuovi transetti per una migliore definizione del “corridoio impattato”; sembra inoltre opportuno monitorare l’effetto delle bonifiche minerarie, passate e in atto, e valutare l’impatto sul mar Tirreno. La più ovvia misura di contenimento del rischio è la limitazione della pesca a fini alimentari, peraltro già prevista da ordinanze di alcuni comuni rivieraschi; altre misure possono essere suggerite da una specifica analisi del rischio; occorre altresì definire le competenze delle varie istituzioni, eventualmente anche attraverso normative ad hoc. In conclusione, salvo la predetta limitazione della pesca, non sembrano al momento sussistere situazioni di rischio immediato per la popolazione, tuttavia sono necessarie nuove azioni di monitoraggio e approfondimento. Le Agenzie regionali di Toscana e Umbria in effetti hanno messo in atto, in modo indipendente, una seconda fase di studio».