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Dall’estrazione di petrolio alla geotermia: una prospettiva di riconversione

Al mondo ci sono centinaia di pozzi non più utilizzati nell’ambito delle energie fossili perché divenuti antieconomici, che potrebbero trovare una nuova (e sostenibile) vita

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Al mondo ci sono centinaia di pozzi non più utilizzati nell’ambito delle energie fossili perché divenuti antieconomici, che potrebbero trovare una nuova (e sostenibile) vita


Con circa metà della popolazione mondiale sottoposta a misure di distanziamento sociale per frenare l’avanzata del coronavirus Sars-Cov-2, la pandemia in corso sta mettendo a dura prova (anche) il mercato del petrolio: il crollo nei consumi petroliferi è più ripido di quello sperimentato durante la Grande Depressione del 1929, tanto che il prezzo del barile è precipitato sotto i 20 dollari mentre nel 2008 era arrivato a sfiorare i 150.

In alcune aree geografiche in questi giorni si stanno registrando addirittura prezzi negativi per l’oro nero: alcuni pozzi e raffinerie stanno iniziando a chiudere, e questo trend comporta importanti ricadute sulle prospettive di sviluppo delle fonti energetiche alternative.

A causa di quest’elevata volatilità che sta mettendo in crisi le imprese petroliferi gli investitori potrebbero decidere di puntare le proprie risorse sulle energie rinnovabile ritenendole un investimento più sicuro, favorendo una diffusione delle tecnologie pulite e una conseguente riduzione delle emissioni climalteranti; oppure, più prosaicamente, i bassi prezzi del petrolio potrebbero semplicemente favorirne un maggior utilizzo, a scapito delle fonti rinnovabili.

Come ricorda ad esempio Enrica de Cian, direttrice del master di ricerca in Science and management of climate change dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, a causa della crisi economica del 2009 «le emissioni globali calarono di 460 milioni di tonnellate di CO2 in un anno. Poi nel 2010 abbiamo registrato un aumento di un miliardo di tonnellate».

Secondo Faith Birol, direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) potrebbe accadere anche stavolta: «È molto importante capire che con ogni probabilità si tratta solo di un rallentamento di breve periodo, a cui potrebbe facilmente fare seguito una ripresa della crescita delle emissioni non appena le attività economiche torneranno a regime».

Di fronte a questa lezione della storia la IEA ricorda che sono gli Stati, più o meno direttamente, a guidare il 70% degli investimenti energetici globali; la leadership della mano pubblica risulta dunque essenziale in questa fase per poter impostare un percorso di sviluppo sostenibile.

In questo contesto, le caratteristiche intrinseche della geotermia – in grado di produrre energia 365 giorni all’anno, 24 ore su 24 –, la rendono sia una fonte unica in termini di stabilità e rinnovabilità, sia una possibile alternativa per l’impiego sostenibile di pozzi petroliferi già trivellati ma non più utilizzati.

Il progetto europeo MEET (Multidisciplinary and multi-context demonstration of EGS exploration and Exploitation Techniques and potentials), finanziato nell’ambito del programma UE Horizon2020, offre un’interessante prospettiva nel merito: come noto il rischio minerario e gli elevati costi d’investimento iniziali necessari per l’avvio di un progetto geotermico figurano tra i principali elementi che frenano lo sviluppo del settore, dunque l’opportunità di utilizzare in ambito geotermico pozzi già esistenti per l’industria petrolifera e del gas costituirebbe un elemento facilitante di non poco conto.

La prospettiva più affascinante è quella della loro conversione: al mondo ci sono centinaia di pozzi onshore inutilizzati perché non producono più abbastanza petrolio e/o sono diventati antieconomici, ma dai quali è comunque possibile trarre acqua calda per la produzione di energia geotermica.

Naturalmente, un’ipotesi simile non è percorribile per tutti i pozzi citati: MEET pone l’accento in particolare su tre condizioni necessarie per poter immaginare una loro transizione dall’ambito petrolifero a quello geotermico.

In primis è necessario che ci sia una domanda adeguata di calore da parte di utenze non lontane da questi pozzi, in modo che possa esserci una richiesta di mercato; in secondo luogo, naturalmente è necessario che il calore cui è possibile accedere attraverso i pozzi sia sufficiente per essere impiegato a fini geotermici (pozzi di 2-3 km potrebbero essere promettenti, dato che la temperatura nel sottosuolo in genere aumenta di 30°C per ogni chilometro, e 90°C rappresenta il limite inferiore per la produzione di energia elettrica con impianti a ciclo binario); in terzo luogo, l’integrità del pozzo preso in esame dev’essere buona per poter immaginare una sua riconversione.